Per molti anni il gin è stato considerato soprattutto come la base di uno dei cocktail più conosciuti al mondo: il Gin Tonic. Oggi, però, parlare semplicemente di “gin” significa riunire sotto un’unica definizione distillati che possono essere profondamente diversi tra loro.

Materie prime, botaniche, tecniche di produzione, concentrazione aromatica, gradazione e affinamento contribuiscono infatti a creare interpretazioni molto differenti dello stesso distillato.

Esistono gin pensati principalmente per la miscelazione, altri dotati di una complessità tale da poter essere degustati lentamente anche lisci e, infine, gin che attraverso il passaggio in legno acquisiscono caratteristiche capaci di avvicinarli, almeno per alcuni aspetti, al mondo dei grandi distillati da meditazione.

Non si tratta necessariamente di stabilire quale sia il migliore. Si tratta piuttosto di comprendere tre modi diversi di interpretare il gin.

Che cos’è realmente il gin?

Alla base del gin troviamo generalmente un alcol etilico di origine agricola, normalmente piuttosto neutro, che viene aromatizzato attraverso diverse botaniche.

Una, però, rimane imprescindibile: il ginepro.

È proprio il ginepro a rappresentare la firma aromatica fondamentale del gin. Intorno a questo elemento il distillatore costruisce la propria ricetta utilizzando, a seconda dello stile desiderato, ingredienti come coriandolo, angelica, iris, agrumi, cardamomo, liquirizia, fiori, frutti, erbe e spezie.

Ma la differenza non dipende solamente dal numero o dal tipo di botaniche utilizzate.

A incidere profondamente sul risultato finale è anche il metodo attraverso il quale gli aromi vengono estratti. Macerazione nell’alcol, infusione e altre tecniche possono infatti produrre risultati molto differenti.

Ed è proprio da queste scelte che comincia a formarsi la vera personalità di un gin.

Gin commerciale: immediatezza, riconoscibilità e versatilità

Definire un prodotto come gin commerciale non significa automaticamente considerarlo di qualità inferiore.

Al contrario, un grande marchio affronta una sfida produttiva estremamente complessa: realizzare migliaia o milioni di bottiglie mantenendo nel tempo un profilo aromatico riconoscibile e costante.

Questi gin vengono generalmente progettati per risultare immediati e facilmente identificabili, ma soprattutto per essere estremamente versatili nella miscelazione.

Nel bicchiere troviamo spesso un attacco aromatico diretto. Il ginepro rimane riconoscibile, accompagnato frequentemente da note agrumate di limone o arancia, sfumature speziate di coriandolo e componenti erbacee.

La struttura tende a essere relativamente lineare perché il gin deve riuscire a esprimere la propria identità anche quando incontra ghiaccio, acqua tonica e altri ingredienti del cocktail.

Un gin eccessivamente delicato, infatti, rischierebbe di scomparire all’interno della miscelazione.

L’importanza della standardizzazione

Nella grande produzione assume particolare importanza la standardizzazione.

La selezione delle botaniche, i tempi di estrazione, la gradazione alcolica e l’eventuale assemblaggio devono permettere di ottenere un prodotto il più possibile coerente da una produzione all’altra.

È un approccio differente rispetto alla ricerca della complessità estrema.

La parola chiave, in questo caso, è equilibrio.

Un gin commerciale ben realizzato deve essere riconoscibile, pulito aromaticamente e sufficientemente versatile da poter essere utilizzato con successo in differenti preparazioni.

Gin da meditazione: quando la tonica può aspettare

Con il cosiddetto gin da meditazione entriamo in un territorio differente.

È importante precisare che “gin da meditazione” non rappresenta una categoria legale o produttiva ufficiale. Si tratta piuttosto di un’espressione utilizzata per descrivere quei gin che possiedono sufficiente profondità, struttura e complessità da poter essere degustati lentamente anche senza acqua tonica.

Qui cambia completamente il nostro approccio al bicchiere.

Non cerchiamo più soltanto intensità aromatica. Cerchiamo soprattutto evoluzione e stratificazione.

Un gin particolarmente complesso può cambiare mentre rimane nel bicchiere.

Al primo naso potrebbe emergere principalmente il ginepro. Successivamente possono comparire agrumi, radici, spezie, componenti balsamiche, fiori o erbe. Lasciando trascorrere qualche minuto possono apparire ulteriori sfumature.

È proprio questa evoluzione aromatica a rendere interessante la degustazione.

Struttura, equilibrio e persistenza

Quando un gin viene pensato anche per essere degustato liscio, la sensazione in bocca assume un’importanza ancora maggiore.

Non basta avere molti profumi.

Servono volume, equilibrio e persistenza.

L’ingresso può essere morbido, il centro bocca più ampio e il finale lungo, con ritorni di ginepro, spezie, radici o agrumi.

In alcuni casi una gradazione alcolica relativamente elevata può aiutare a trasportare una maggiore quantità di componenti aromatiche. Questo, però, non significa che più alcol equivalga automaticamente a maggiore qualità.

La vera differenza la fa l’integrazione.

Quando la componente alcolica sostiene gli aromi senza dominarli, il gin può acquisire maggiore profondità e complessità.

Più botaniche significano un gin migliore?

Uno degli equivoci più frequenti riguarda proprio il numero delle botaniche.

Dieci, venti o trenta botaniche indicate sull’etichetta possono certamente attirare l’attenzione, ma il numero da solo dice molto poco sulla qualità del gin.

La domanda più interessante dovrebbe essere un’altra:

come dialogano tra loro queste botaniche?

Una ricetta composta da sei botaniche perfettamente equilibrate può risultare molto più complessa e interessante di una costruita con trenta ingredienti incapaci di trovare armonia.

Il lavoro del distillatore consiste proprio nel decidere quali aromi devono essere protagonisti, quali devono sostenere la struttura e quali devono comparire solamente nel finale.

Da questo punto di vista, creare un gin può ricordare quasi un lavoro di composizione musicale.

Gin affinato in legno: cosa succede quando entra in gioco la botte?

Esiste poi una terza interpretazione particolarmente affascinante: quella dei barrel-aged gin, ovvero gin sottoposti a maturazione o affinamento in legno.

Qui accade qualcosa di completamente diverso.

Il gin possiede già un proprio patrimonio aromatico derivante dalle botaniche. Durante il riposo in botte, a queste caratteristiche si aggiungono le sostanze aromatiche provenienti dal legno e, nel caso di botti precedentemente utilizzate, anche le tracce lasciate dal vino o dal distillato contenuto in precedenza.

La botte, però, non dovrebbe cancellare l’identità del gin.

Deve riuscire a dialogare con il ginepro e con le botaniche.

Ed è probabilmente proprio questa la difficoltà maggiore.

Cosa cede il legno al gin?

Durante l’affinamento il distillato può estrarre dal rovere molecole capaci di sviluppare sensazioni riconducibili a vaniglia, spezie dolci, tostatura, caramello, cocco, legno e frutta secca.

Parallelamente avvengono fenomeni di ossidazione e trasformazione che contribuiscono a modificare il profilo originario.

Il risultato può essere un gin più rotondo e strutturato.

Il ginepro può apparire meno tagliente, gli agrumi più maturi e le spezie più profonde.

Molto, però, dipende dalla tipologia di botte utilizzata.

Una botte nuova di rovere può imprimere una presenza del legno molto marcata. Una ex Bourbon può favorire note di vaniglia, cocco, caramello e spezie dolci.

Una ex Sherry può invece orientare il profilo verso frutta secca, uvetta, spezie e sensazioni ossidative.

Una botte precedentemente utilizzata per il vino può introdurre componenti fruttate, vinose o tanniche.

Esistono inoltre sperimentazioni con botti precedentemente impiegate per Rum, Porto, Madeira e altri vini o distillati.

Per questo parlare genericamente di “gin invecchiato” racconta soltanto una parte della storia.

Le domande più interessanti diventano: in quale legno è stato affinato? Per quanto tempo? E cosa conteneva quella botte prima del gin?

Quando il legno diventa troppo

Nel whisky siamo abituati a maturazioni che possono durare molti anni.

Nel gin la situazione è differente.

Il produttore parte infatti da un distillato che possiede già una propria identità aromatica molto precisa. Se il legno diventa eccessivamente dominante, rischia di coprire proprio gli elementi che rendono riconoscibile il gin: ginepro e botaniche.

L’affinamento richiede quindi grande attenzione.

Il punto di equilibrio viene raggiunto quando nel bicchiere riusciamo a riconoscere contemporaneamente due anime: la freschezza botanica del gin e la profondità conferita dal legno.

Quando una delle due cancella completamente l’altra, l’equilibrio rischia di rompersi.

Gin commerciale, gin da meditazione e gin affinato: tre esperienze differenti

Possiamo quindi immaginare questi tre mondi come altrettanti modi di vivere il gin.

Il gin commerciale punta soprattutto su immediatezza, riconoscibilità e versatilità. Deve funzionare bene nella miscelazione e mantenere la propria identità anche insieme alla tonica.

Il gin da meditazione ricerca invece maggiore stratificazione aromatica, struttura, equilibrio alcolico e persistenza. Può essere degustato lentamente anche liscio, proprio come accade con altri grandi distillati.

Il gin affinato in legno aggiunge infine una terza dimensione: il tempo. Alle botaniche si sovrappongono infatti l’influenza del rovere, l’ossidazione e l’eventuale memoria del precedente contenuto della botte.

Come degustare correttamente un gin

Anche il modo di servire il gin dovrebbe cambiare in base alle sue caratteristiche.

Per un classico gin destinato alla miscelazione, Gin Tonic e cocktail rappresentano naturalmente il terreno ideale.

Un gin particolarmente complesso merita invece di essere assaggiato almeno una volta liscio.

Un piccolo bicchiere da degustazione, possibilmente con un’imboccatura leggermente chiusa, permette di percepire meglio l’evoluzione aromatica.

È sufficiente versarne una piccola quantità e aspettare qualche minuto.

Prima si analizza il naso, poi si assaggia un piccolo sorso. Successivamente si possono eventualmente aggiungere pochissime gocce d’acqua per verificare come cambia il profilo aromatico.

Nel caso di un barrel-aged gin, questo tipo di degustazione diventa ancora più interessante perché consente di provare a distinguere idealmente le note provenienti dalle botaniche da quelle sviluppate attraverso il contatto con il legno.

Il gin non è soltanto Gin Tonic

Questa è forse una delle trasformazioni culturali più interessanti avvenute nel mondo del gin.

Siamo partiti considerandolo principalmente come un ingrediente da cocktail e siamo arrivati a prodotti che possono essere analizzati attraverso materia prima, botaniche, tecnica di estrazione, distillazione, gradazione alcolica, struttura e affinamento.

Sarebbe però un errore pensare che un gin da meditazione sia automaticamente superiore a un grande gin da miscelazione.

Sono semplicemente prodotti progettati con finalità differenti.

La qualità va valutata anche considerando quanto bene un distillato riesca a svolgere il compito per il quale è stato pensato.

E quando un gin possiede complessità, struttura e persistenza sufficienti per farci dimenticare, almeno per qualche minuto, la bottiglia di acqua tonica, allora l’esperienza cambia.

Non stiamo più semplicemente preparando un cocktail.

Stiamo degustando un distillato.

Sei gin per capire le differenze nel bicchiere

Dopo aver compreso le principali differenze produttive, uno dei modi migliori per approfondire il mondo del gin è mettere alcuni prodotti uno accanto all’altro.

Possiamo prendere come riferimento sei gin rappresentativi di tre differenti interpretazioni: due gin particolarmente versatili nella miscelazione, due più adatti alla degustazione lenta e due caratterizzati dall’affinamento in legno.

Non si tratta di una classifica qualitativa, ma di un percorso utile per comprendere concretamente quanto possano essere differenti prodotti appartenenti alla stessa grande famiglia.

Tanqueray London Dry

Tanqueray London Dry rappresenta un riferimento utile per comprendere lo stile classico del London Dry.

Il profilo è netto e immediatamente leggibile: ginepro, agrumi, coriandolo e una componente speziata ed erbacea.

La struttura è asciutta, piuttosto verticale e priva di sovrastrutture aromatiche eccessive.

Proprio questa precisione lo rende particolarmente adatto alla miscelazione.

Bombay Sapphire

Con Bombay Sapphire il profilo cambia.

Rispetto a interpretazioni maggiormente concentrate sul ginepro, presenta una costruzione aromatica più delicata e articolata.

Accanto al ginepro emergono sensazioni agrumate, floreali, speziate ed erbacee.

Il risultato è un gin versatile e facilmente riconoscibile, adatto a comprendere come anche all’interno del mondo dei gin destinati alla miscelazione possano esistere stili differenti.

Gin da meditazione: due esempi da degustare lentamente

Con i gin più complessi cambia la prospettiva.

Naturalmente possono essere utilizzati anche nella miscelazione, ma vale la pena assaggiarli prima lisci, proprio per comprendere la loro evoluzione aromatica senza interferenze.

Monkey 47

Monkey 47 è uno degli esempi più rappresentativi quando si parla di complessità botanica.

La ricetta comprende 47 botaniche, ma il punto più interessante non è semplicemente il loro numero.

A colpire è soprattutto la stratificazione aromatica.

Nel bicchiere possono emergere ginepro, agrumi, fiori, erbe, spezie, frutta e sensazioni balsamiche che continuano a modificarsi durante la degustazione.

La gradazione alcolica sostiene la componente aromatica e contribuisce alla struttura.

È uno di quei gin nei quali il secondo sorso può raccontare qualcosa di differente rispetto al primo.

The Botanist Islay Dry Gin

The Botanist Islay Dry Gin nasce sull’isola scozzese di Islay, territorio conosciuto soprattutto per il whisky.

In questo caso, però, protagonista è un progetto botanico particolarmente articolato.

Alla ricetta partecipano 22 botaniche raccolte localmente sull’isola, insieme alle botaniche tradizionalmente associate al gin.

Nel bicchiere ginepro, erbe, fiori, componenti agrumate e sensazioni balsamiche si susseguono senza rendere il distillato eccessivamente pesante.

La complessità rimane accompagnata dalla freschezza.

Gin affinati in legno: quando botaniche e botte si incontrano

Questa categoria può risultare particolarmente interessante per chi proviene dal mondo di whisky, rum e altri distillati affinati.

Qui entra infatti in gioco un elemento ulteriore: il legno.

La vera sfida consiste nel permettere alla botte di trasformare il gin senza cancellarne l’identità botanica.

Citadelle Réserve

Citadelle Réserve rappresenta un esempio interessante per comprendere cosa possa accadere quando un gin incontra il legno.

L’affinamento modifica la percezione del distillato.

Alle componenti di ginepro, agrumi e spezie possono affiancarsi sensazioni più morbide e profonde come vaniglia, legno, spezie dolci e sfumature tostate.

Anche la percezione al palato cambia: la struttura diventa più rotonda e il finale acquisisce maggiore persistenza, avvicinando in parte l’esperienza a quella di altri distillati affinati.

Barr Hill Tom Cat Gin

Nel Barr Hill Tom Cat Gin il rapporto con la botte appare ancora più evidente.

L’affinamento in rovere contribuisce a sviluppare una personalità molto diversa rispetto a quella di un classico London Dry.

Il ginepro incontra vaniglia, spezie, caramello e legno, mentre la struttura diventa più morbida e avvolgente.

È un esempio utile per comprendere quanto l’affinamento possa modificare non soltanto il profumo, ma anche la percezione della consistenza e della struttura del gin.

La prova dei tre bicchieri: un esperimento per capire davvero il gin

Per comprendere concretamente tutte queste differenze possiamo effettuare un semplice esperimento.

Mettiamo davanti a noi tre bicchieri da degustazione.

Nel primo versiamo un London Dry classico, nel secondo un gin complesso adatto alla degustazione lenta e nel terzo un gin affinato in legno.

Assaggiamoli lisci.

Nel primo cerchiamo soprattutto ginepro, pulizia e immediatezza.

Nel secondo concentriamoci su stratificazione, evoluzione e persistenza aromatica.

Nel terzo proviamo invece a distinguere due mondi differenti: da una parte il ginepro e le botaniche, dall’altra la vaniglia, le spezie, le tostature e la struttura provenienti dal legno.

È un confronto semplice, ma può cambiare completamente il modo in cui consideriamo questo distillato.

Perché dopo aver assaggiato il gin in questo modo diventa evidente una cosa:

non esiste soltanto il gin da miscelare.

Esiste anche un gin da degustare lentamente, lasciandogli il tempo di raccontare ciò che contiene nel bicchiere, proprio come accade con un grande whisky, un rum o un cognac.