Dalla scelta del vino alla distillazione, fino al lungo riposo in botte: viaggio alla scoperta del Brandy, uno dei distillati più antichi e affascinanti del mondo, dove materia prima, legno e tempo devono trovare un equilibrio perfetto.

Quando parliamo di Brandy, parliamo di uno dei distillati più antichi e affascinanti al mondo. La sua origine è strettamente legata al vino: il termine deriva infatti dall’olandese brandewijn, letteralmente “vino bruciato”, un riferimento diretto al processo di distillazione.

Ridurre però il Brandy semplicemente a un distillato di vino sarebbe un errore.

Dietro una grande bottiglia troviamo almeno tre elementi fondamentali: la qualità della materia prima, la distillazione e il tempo trascorso nel legno. Ed è proprio l’incontro con la botte che può trasformare un buon distillato in un grande Brandy.

Tutto comincia dal vino

La produzione del Brandy parte generalmente da vini bianchi relativamente leggeri, freschi e caratterizzati da una buona acidità.

Non è necessario produrre un vino particolarmente aromatico o strutturato. Il suo compito, infatti, è differente: deve diventare la materia prima ideale per la successiva distillazione.

Le varietà di uva utilizzate possono cambiare notevolmente a seconda del territorio, della tradizione e dello stile ricercato dal produttore. Ciò che conta veramente è ottenere un vino sano, equilibrato e adatto alla distillazione.

C’è però un concetto che considero fondamentale:

un grande Brandy non nasce per correggere un vino mediocre.

La qualità deve essere presente fin dall’origine. La distillazione può valorizzare una materia prima eccellente, ma difficilmente può trasformare una base scadente in un distillato memorabile.

La distillazione: nasce il carattere del Brandy

Una volta ottenuto il vino, arriva il momento della distillazione.

A seconda della tradizione produttiva e dello stile ricercato possono essere utilizzati alambicchi discontinui in rame, impianti di distillazione continua oppure differenti sistemi capaci di determinare quanto carattere della materia prima verrà conservato nel distillato finale.

Nella distillazione discontinua avvengono i cosiddetti “tagli”, attraverso i quali vengono separate teste, cuore e code.

Il cuore rappresenta la parte più pregiata e interessante dal punto di vista qualitativo e aromatico ed è quella che sarà destinata all’affinamento.

Una distillazione particolarmente accurata può conservare le caratteristiche floreali e fruttate provenienti dal vino. Una distillazione maggiormente orientata alla rettificazione può invece dare origine a uno spirito più neutro e leggero.

Ed è a questo punto che entra in scena uno dei protagonisti assoluti nella produzione del Brandy:

il legno.

L’affinamento in botte: dove il Brandy comincia a trasformarsi

La botte non è semplicemente un contenitore.

Quando il distillato appena prodotto entra nel legno è generalmente trasparente. Il colore, la morbidezza e buona parte della complessità aromatica che associamo a un Brandy maturo nasceranno progressivamente durante l’affinamento.

La botte svolge contemporaneamente diverse funzioni.

Il distillato estrae sostanze dal legno, interagisce lentamente con l’ossigeno che attraversa la struttura della botte e sviluppa nuove molecole aromatiche attraverso una complessa successione di trasformazioni.

Il tempo permette inoltre alle componenti più aggressive del distillato di integrarsi.

Per questo motivo un Brandy giovane può apparire più diretto, vivace e talvolta pungente, mentre un Brandy lungamente invecchiato può acquisire maggiore morbidezza, profondità e stratificazione.

Ma attenzione: non basta semplicemente lasciare un distillato dentro una botte per ottenere qualità.

Perché la qualità del legno è fondamentale

Scrivere sull’etichetta “affinato in rovere” racconta soltanto una piccola parte della storia.

Due botti realizzate entrambe in rovere possono infatti produrre risultati completamente differenti.

A fare la differenza sono numerosi elementi: la specie della quercia, la provenienza geografica, la stagionatura delle doghe, il livello di tostatura, le dimensioni della botte, l’età del legno e il numero di utilizzi precedenti.

Un legno di qualità deve accompagnare il distillato senza coprirlo.

È probabilmente questa una delle differenze più importanti tra un affinamento ben realizzato e uno mediocre.

Il legno deve diventare parte del Brandy, non diventare il Brandy.

Rovere francese o rovere americano?

Tra i legni maggiormente utilizzati nel mondo dei distillati troviamo differenti specie di quercia, capaci di imprimere caratteristiche molto diverse.

Il rovere francese ed europeo, in funzione della provenienza e della specie utilizzata, può contribuire allo sviluppo di tannini, spezie, frutta secca e sensazioni profonde e strutturate.

Il rovere americano tende invece frequentemente a esprimere con maggiore evidenza aromi riconducibili alla vaniglia, al cocco e alle spezie dolci.

Questo non significa che un tipo di rovere sia necessariamente migliore dell’altro.

Significa piuttosto che il produttore può scegliere il legno in funzione dello stile di Brandy che vuole ottenere.

La stagionatura delle doghe: il lavoro comincia prima della botte

Uno degli aspetti meno conosciuti dal consumatore riguarda ciò che avviene prima ancora che la botte venga costruita.

Il legno appena tagliato non è automaticamente pronto per contenere un distillato di pregio.

Le doghe possono essere lasciate stagionare all’aperto per lunghi periodi, esposte al sole, alla pioggia e alle variazioni climatiche.

Durante questa fase il legno evolve e perde progressivamente alcune delle componenti più verdi e aggressive.

Una lunga e corretta stagionatura può quindi contribuire a ottenere un’interazione molto più elegante tra botte e distillato.

Ed è anche uno dei motivi per cui produrre una botte di elevata qualità richiede tempo, competenza e investimenti importanti.

La tostatura: quando il fuoco cambia il carattere del legno

Prima dell’utilizzo, l’interno della botte può essere sottoposto a differenti livelli di tostatura.

Il calore modifica la struttura chimica del legno e influenza profondamente le sostanze aromatiche che successivamente potranno essere cedute al Brandy.

A seconda dell’intensità della tostatura possono emergere sfumature di vaniglia, caramello, cacao, caffè, spezie, frutta secca, tabacco e note tostate.

Anche in questo caso, però, la parola chiave è equilibrio.

Una tostatura troppo invasiva o un’eccessiva presenza del legno rischiano infatti di nascondere il carattere originario del distillato.

Botte nuova o botte usata? Cambia completamente il risultato

Anche l’età della botte può modificare profondamente il risultato finale.

Una botte nuova possiede una capacità estrattiva molto elevata e può trasferire rapidamente colore, tannini e aromi al distillato.

Una botte già utilizzata diventa invece progressivamente meno aggressiva.

Per gli affinamenti particolarmente lunghi questo può rappresentare un vantaggio.

Se un distillato dovesse trascorrere molti anni esclusivamente all’interno di legno nuovo e particolarmente attivo, potrebbe infatti diventare eccessivamente tannico e completamente dominato dalla botte.

Il grande produttore deve quindi conoscere perfettamente il proprio parco botti, sapendo decidere dove e per quanto tempo far riposare ogni singolo distillato.

Il ruolo dell’ossigeno durante l’invecchiamento

L’affinamento del Brandy non consiste soltanto nell’estrazione degli aromi provenienti dal rovere.

La botte permette anche una lentissima interazione con l’ossigeno presente nell’ambiente esterno.

Questa evoluzione contribuisce a rendere progressivamente il distillato più armonioso e può favorire la comparsa di aromi sempre più complessi: frutta secca, spezie, tabacco, cacao, vaniglia, frutta matura e sfumature balsamiche.

Contemporaneamente, una parte del liquido evapora attraverso il legno.

È quella che tradizionalmente viene chiamata “parte degli angeli”, o angel’s share.

Con il passare degli anni il volume contenuto nella botte diminuisce, mentre il distillato continua lentamente a trasformarsi.

Ed è proprio qui che bisogna sfatare uno dei miti più diffusi.

Un Brandy più vecchio è sempre migliore?

No.

Il tempo, da solo, non garantisce la qualità.

“Vecchio” non significa automaticamente “migliore”.

Un Brandy può trascorrere moltissimi anni all’interno di una botte mediocre ed essere meno interessante di un distillato più giovane affinato perfettamente.

L’invecchiamento deve essere seguito.

Il produttore deve sapere riconoscere il momento nel quale il rapporto tra distillato, ossigeno, legno e tempo raggiunge il giusto equilibrio.

Il tempo è quindi un ingrediente fondamentale, ma deve essere accompagnato da qualità, esperienza e capacità di interpretare l’evoluzione del prodotto.

Come riconoscere un grande Brandy

In un grande Brandy il legno non dovrebbe presentarsi immediatamente come un muro di vaniglia, tostatura o tannino.

Dovremmo percepire una vera e propria progressione aromatica.

Prima il frutto.

Poi le spezie.

Successivamente le note sviluppate durante l’affinamento: vaniglia, cacao, tabacco, frutta secca, tostatura e aromi evoluti.

Soprattutto, dovrebbe esserci equilibrio.

Perché il vero lusso di un grande distillato non consiste nell’avere più legno.

Consiste nell’arrivare al punto in cui diventa quasi impossibile distinguere dove finisce il distillato e dove comincia la botte.

È proprio nell’equilibrio tra vino, distillazione, legno e tempo che nasce la grandezza di un Brandy.

I Brandy da conoscere: la mia selezione

Dopo aver compreso quanto materia prima, distillazione e affinamento possano cambiare il risultato finale, ecco alcune bottiglie che considero particolarmente interessanti per avvicinarsi al mondo del Brandy o approfondirne le diverse espressioni.

Cardinal Mendoza

Un riferimento assoluto nel panorama del Brandy de Jerez.

È un Brandy ricco e morbido, caratterizzato da sensazioni di frutta secca, uvetta, cacao e spezie, con una forte impronta derivante dalle botti precedentemente utilizzate per lo Sherry.

Una bottiglia che permette di comprendere immediatamente quanto il legno possa incidere sul carattere finale del distillato.

Lepanto – González Byass

Più elegante e raffinato, rappresenta un’espressione particolarmente interessante per comprendere e raccontare il ruolo dell’affinamento.

Un Brandy capace di mostrare come complessità e intensità non debbano necessariamente significare pesantezza.

Mazzetti d’Altavilla – Brandy 35

Una delle espressioni più prestigiose della produzione Mazzetti.

Il Brandy 35 anni ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui il Best Gold all’Alambicco d’Oro 2020 e il Platinum WineHunter Award 2021.

Un distillato che rappresenta al meglio il valore del tempo quando questo viene accompagnato da una gestione consapevole del legno.

Mazzetti d’Altavilla – Special Brandy 27 anni

Un Brandy particolarmente complesso e profondo, premiato in più occasioni all’Alambicco d’Oro.

Qui l’invecchiamento diventa un vero elemento di costruzione aromatica, grazie al passaggio attraverso differenti recipienti e tipologie di legno.

Mazzetti d’Altavilla – Brandy 20 anni

Probabilmente uno dei punti di ingresso migliori per comprendere lo stile della casa piemontese.

Vent’anni di evoluzione permettono di trovare un interessante equilibrio tra la componente fruttata originaria e quella progressivamente sviluppata attraverso il contatto con il legno.

Villa Zarri – Brandy italiano lungamente invecchiato

Un altro nome importante quando si parla di Brandy italiano di qualità.

Villa Zarri rappresenta una realtà particolarmente interessante per chi vuole approfondire la tradizione italiana delle acquaviti di vino lungamente affinate.

Mazzetti d’Altavilla: il mio riferimento imprescindibile

Se dovessi indicare un produttore imprescindibile all’interno di questa selezione, sceglierei Mazzetti d’Altavilla.

Nel panorama della distillazione italiana rappresenta infatti una realtà storica di grande interesse.

La casa nasce nel 1846 ad Altavilla Monferrato, in Piemonte, arrivando fino alle generazioni attuali mantenendo una forte identità familiare.

Il nome Mazzetti è immediatamente associato soprattutto alla grappa e alla lavorazione delle vinacce piemontesi, ma una parte particolarmente interessante della produzione è dedicata anche all’acquavite di vino e quindi al Brandy italiano.

Ed è proprio in questa categoria che emerge una filosofia molto vicina a quella dei grandi distillati da meditazione.

Il legno non viene considerato come un semplice contenitore, ma come uno degli elementi fondamentali nell’evoluzione del distillato.

Tre aspetti diventano determinanti: qualità del vino, scelta dei legni e tempo.

La casa racconta inoltre una lunga esperienza nell’utilizzo di tini e botti di essenze differenti per l’invecchiamento delle proprie acquaviti.

Il vertice di questa filosofia è rappresentato in particolare da tre espressioni: 20, 27 e 35 anni, riunite anche nel progetto dedicato al Brandy italiano della distilleria.

Mazzetti Brandy 20 anni: l’equilibrio

Il Mazzetti Brandy 20 anni rappresenta probabilmente il punto ideale per iniziare a comprendere lo stile della casa.

L’aspetto interessante dell’invecchiamento non è soltanto la sua durata, ma il modo in cui viene utilizzato progressivamente il legno.

Le descrizioni della casa raccontano infatti lunghi periodi all’interno di recipienti di maggiore capacità, seguiti dal passaggio in piccole barrique francesi, con l’impiego di rovere proveniente anche da Allier e Limousin.

Il risultato è un Brandy nel quale il frutto conserva ancora una presenza riconoscibile, venendo progressivamente avvolto dalle componenti derivanti dall’affinamento.

Il colore è ambrato intenso.

Al naso emergono sensazioni di frutta matura e cotta, frutta secca, miele e spezie, alle quali si aggiungono progressivamente note più evolute.

In bocca troviamo morbidezza e struttura, accompagnate da una componente speziata e tostata che conduce verso un finale lungo.

Stile: elegante, morbido, speziato.

Mazzetti Brandy 27 anni: la complessità aumenta

Con il Brandy 27 anni entriamo, secondo me, nel cuore della collezione Mazzetti.

Qui si percepisce un salto importante in termini di complessità.

Il produttore descrive una maturazione superiore ai 27 anni condotta utilizzando botti di capacità e caratteristiche aromatiche differenti.

Una prima lunga fase all’interno di botti di maggiori dimensioni viene seguita dall’affinamento attraverso differenti legni e piccole botticelle francesi, utilizzando essenze e tostature diverse.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti.

Non stiamo parlando semplicemente di “27 anni nel legno”, ma della costruzione progressiva di un profilo aromatico.

Il risultato diventa decisamente più profondo.

Emergono frutta cotta, miele di castagno, frutta secca e spezie orientali, alle quali si aggiungono progressivamente tabacco, tostatura e cuoio.

Al palato ritornano la frutta secca e le composte di frutti di bosco, accompagnate da una persistenza lunga e morbida.

Stile: complesso, rotondo, profondo.

Mazzetti Brandy 35 anni: il tempo diventa protagonista

Con il Mazzetti Brandy 35 anni arriviamo alla bottiglia simbolo.

E anche la sua storia merita di essere raccontata.

Il 12 giugno 1984, Franco Mazzetti decise di mettere a riposo una particolare partita di distillato di vino all’interno di botti di rovere.

Quel distillato avrebbe continuato a evolvere fino a raggiungere, nel 2019, trentacinque anni di maturazione.

Non siamo quindi semplicemente davanti a un Brandy molto vecchio.

Siamo davanti a un progetto iniziato decenni prima, immaginando espressamente l’evoluzione che il tempo avrebbe potuto regalare al distillato.

La casa descrive per questa acquavite un lungo invecchiamento in grandi tini di rovere di Slavonia, seguito da un affinamento finale relativamente breve in tonneau di dimensioni inferiori.

Qui il rapporto tra distillato e legno raggiunge una dimensione differente.

Il colore evolve verso tonalità di mogano antico.

Il bouquet è estremamente maturo: pasticceria, canditi, uva passa, frutta rossa sotto spirito e note floreali anticipano una parte progressivamente più scura e profonda.

In bocca emergono torrone, mandorla, noce tostata, cacao e cioccolato fondente, mentre nella parte finale compaiono tabacco e cuoio.

Nonostante la lunghissima maturazione, il distillato mantiene una sensazione morbida e avvolgente.

Tra i riconoscimenti ricevuti figurano il Gold all’Alambicco d’Oro 2020 e il Platinum al WineHunter Award 2021.

Stile: maestoso, evoluto, meditativo.

Brandy e legno: la vera differenza la fa l’equilibrio

Il mondo del Brandy dimostra perfettamente perché, quando parliamo di grandi distillati, l’età non possa essere l’unico parametro di valutazione.

Possiamo avere davanti un Brandy di 20, 27 o 35 anni, ma il numero racconta soltanto una parte della storia.

Bisogna capire quale vino è stato utilizzato, come è avvenuta la distillazione, quali botti sono state scelte, come è stato trattato il legno e soprattutto in quale momento il produttore ha deciso che quell’acquavite aveva raggiunto il proprio equilibrio.

Perché il grande Brandy non deve sapere semplicemente di legno.

Deve raccontare contemporaneamente il vino da cui proviene, la mano di chi lo ha distillato, la botte che lo ha accompagnato e gli anni che lo hanno trasformato.

Quando questi quattro elementi smettono di essere percepiti separatamente e diventano un’unica esperienza, allora siamo davanti a un grande distillato.